Confini personali e autostima: il messaggio che diamo a noi stessi quando non li mettiamo
- dr.ssa Elizabeth Moore

- 13 ore fa
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Nel lavoro clinico, ma anche nella vita quotidiana, capita spesso di accorgersi di una cosa: quando facciamo fatica a mettere limiti, qualcosa dentro di noi resta in sospeso. Non si tratta solo di dire “no” agli altri. La difficoltà a porre limiti nelle relazioni ha spesso a che fare con il modo in cui una persona percepisce il proprio valore e il proprio spazio emotivo. In questo senso, il tema dei confini è profondamente legato all’autostima, anche quando non ne siamo consapevoli.
Cosa intendiamo per confini personali
I confini personali non sono muri, né rigidità. Sono il modo in cui regoliamo la distanza emotiva, il tempo, le richieste e le aspettative nelle relazioni. Un confine serve a proteggere il proprio spazio psicologico, rendere le relazioni più chiare, evitare accumuli di disagio e risentimento. Non mettere confini, invece, non significa essere più disponibili o più gentili: spesso significa mettere se stessi in sospeso.
Significa, ad esempio:
accorgersi di essere stanchi, infastiditi o in difficoltà e decidere di non tenerne conto
adattarsi alle richieste altrui anche quando costano, pensando che “poi ci penserò”
rimandare il confronto, il limite o la scelta per non creare tensioni
spostare sempre più avanti il momento in cui ci si ascolta davvero
Il punto importante è che non si rinvia una singola cosa, ma il proprio spazio soggettivo: come se il messaggio interno fosse “adesso no, io dopo”.
Nel breve termine questo può sembrare funzionale (evita conflitti, mantiene l’equilibrio), ma nel lungo periodo produce spesso stanchezza, risentimento o una sensazione di svuotamento, perché la persona impara a non occupare pienamente il proprio posto nelle relazioni.
Confini e autostima: il messaggio interno
Qui si trova il punto centrale. Quando una persona non riesce a mettere confini in modo sistematico, il messaggio che passa a livello interno non è tanto “Non valgo nulla”, ma qualcosa di più sottile: “Posso aspettare”, “Il mio disagio non è prioritario”, “È meglio non creare problemi”. Nel tempo, questo tipo di messaggi ripetuti incide profondamente sull’autostima, perché la persona impara a collocarsi stabilmente in secondo piano. L’autostima, infatti, non si costruisce solo attraverso ciò che pensiamo di noi, ma anche attraverso come ci trattiamo nelle relazioni.
Cosa dice la psicologia su confini e autostima
In psicologia questi aspetti vengono studiati soprattutto attraverso il concetto di assertività. Numerosi studi mostrano che una maggiore assertività è associata a livelli più alti di autostima, la difficoltà a esprimere bisogni e limiti è correlata a maggiore stress e disagio emotivo, allenare la capacità di comunicare confini può migliorare la percezione di efficacia personale. Non si tratta di una relazione semplice di causa-effetto, ma di un sistema che si rinforza nel tempo: quando una persona riesce a riconoscere e rispettare i propri limiti, tende anche a percepirsi come più legittimata e degna di considerazione.
Perché mettere confini è così difficile
Sapere che i confini sono importanti non significa riuscire a metterli. Le difficoltà più comuni riguardano la paura del conflitto, il timore di deludere gli altri, modelli relazionali appresi precocemente, contesti professionali in cui il “dare” è molto valorizzato. In questi casi, non mettere confini non è una scelta consapevole, ma una strategia di adattamento che in passato ha avuto una funzione. Il problema nasce quando questa strategia continua a essere usata anche quando non è più utile.
La buona notizia è che la capacità di mettere confini non è un tratto fisso, ma una competenza che può essere appresa e allenata nel tempo.
Confini e comunicazione: una competenza che si può imparare
Molte persone fanno fatica a mettere confini non perché non sappiano cosa vogliono, ma perché non hanno mai imparato come comunicarlo.
Quando una persona pensa di dire ciò che non va bene per lei, spesso nella sua testa le parole suonano già male. Non perché lo siano davvero, ma perché non ha mai imparato un modo semplice e chiaro per dirle.
Così il messaggio viene immaginato più o meno così: “Basta, non se ne può più”, “Se fai così mi stai mancando di rispetto”, “Non è accettabile”.
Anche se queste frasi non vengono dette ad alta voce, è questo tono che molte persone sentono nella propria mente. E se immagino di parlare in modo duro o aggressivo, è facile che io tema la reazione dell’altro e scelga di tacere. In modo più o meno consapevole infatti, ci si rappresenta la possibile reazione dell’altro come negativa o rifiutante, e questo porta a evitare del tutto il messaggio. Il confine resta così solo pensato, ma non espresso.
Imparare a comunicare meglio significa proprio questo: trovare parole diverse. Parole che non attaccano, non accusano, ma spiegano. Ad esempio: “Per me in questo momento è troppo”, “Ho bisogno di più tempo”, “Così mi sento a disagio”.
Quando le parole cambiano, il messaggio diventa più sostenibile anche per chi lo dice. E per questo, con un po’ di allenamento — e a volte con un aiuto psicologico — diventa davvero più facile esprimersi senza paura di creare uno scontro.
Cosa succede dentro, quando non diciamo quello che avremmo voluto
Quando una cosa resta non detta, spesso non sparisce. Rimane “qui”. Dopo, a mente fredda, ci ritroviamo a ripensare alla scena: ci diciamo che avremmo dovuto parlare, che avremmo potuto dire altro, che non è stato giusto stare zitti.
Nella testa la conversazione si riapre. La riguardiamo, la correggiamo, la riscriviamo. A volte le parole diventano ancora più dure e aggressive di quelle che avremmo davvero detto. Ed è da qui che possono nascere rabbia, tensione, rimuginio, ma anche ansia o senso di colpa.
Questo movimento interno è faticoso perché il disagio non ha trovato uno spazio reale in cui uscire. Restando trattenuto, continua a girare, spesso amplificandosi. Imparare a esprimere ciò che sentiamo in modo più chiaro non serve solo alle relazioni: serve anche a ridurre questo carico interno che, altrimenti, resta tutto sulle nostre spalle.
Conclusioni: i confini come atto di riconoscimento di sé
Mettere un limite non è un atto di forza né di egoismo. È, prima di tutto, un atto di riconoscimento: riconoscere ciò che sentiamo, ciò che ci pesa e ciò di cui abbiamo bisogno, invece di rimandarlo o trattenerlo.
Quando una persona trova parole più adeguate per esprimersi, non sta solo migliorando la relazione con l’altro, ma anche il modo in cui si tratta internamente. Dare spazio ai propri segnali riduce il carico di rabbia, tensione e rimuginio che nasce da ciò che resta non detto. Questo non significa dover dire sempre tutto o reagire in modo impulsivo: significa poter scegliere consapevolmente quando parlare e quando trattenersi. E quando il confine diventa una scelta, e non più un’autocensura, il peso emotivo cambia.
È anche attraverso questi piccoli atti ripetuti — ascoltarsi, dirlo, restare nel messaggio — che si consolida nel tempo una percezione diversa di sé: l’idea che i propri bisogni contano e meritano attenzione. Ed è da qui che l’autostima può lentamente costruirsi, non come concetto astratto, ma come esperienza concreta nelle relazioni quotidiane.
Scritto da
dr.ssa Elizabeth Moore, psicologa – lavoro su relazioni, confini e comunicazione
BIBLIOGRAFIA
Alberti, E., Emmons, M. L’assertività. Come far valere i propri diritti senza calpestare quelli degli altriErickson, Trento.
Linehan, M. M. Abilità di efficacia interpersonale Edizioni Centro Studi Erickson.
RISORSE ESTERNE
1. Guida pratica italiana con esercizi
Esercizi di assertività: esempi e guida PDF gratuita – esempi concreti di come allenare assertività e dire “no” con rispetto (utile per un approfondimento pratico). Esercizi assertività – AFC Formazione
2) Relationship between self-esteem and assertiveness
Studio che esplora la relazione tra autostima e assertività in studenti universitari, mostrando una correlazione significativa tra livelli di autostima e capacità di esprimersi assertivamente. Relazione tra self‑esteem e assertiveness (Springer Open)
3) Effectiveness of assertiveness training
Ricerca sperimentale che valuta l’efficacia di un training di assertività su comportamento, autostima, stress e benessere psicologico in studenti. Effect of Assertiveness Training on Behaviour and Self‑Esteem
4) Training sull’assertività: evidenza sperimentale
Articolo che sintetizza prove sull’efficacia di interventi di training assertivo nel migliorare il benessere psicosociale, riducendo disagio emotivo e sintomi collegati. Training sull’assertività: un intervento da riscoprire? (Erickson)
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