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I giovani di oggi e il ritiro dalle relazioni sociali.

  • Immagine del redattore: dr.ssa Elizabeth Moore
    dr.ssa Elizabeth Moore
  • 18 dic 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 3 gen

solitudine

Quando il mondo fuori riesce a far più paura della solitudine

Nella mia pratica clinica incontro sempre più spesso giovani tra i 20 e i 25 anni che arrivano con una sensazione difficile da spiegare, ma molto simile da un caso all’altro: i l mondo fuori sembra grande, esigente, giudicante .E loro si sentono in affanno impreparati ad affrontarlo.

Non parlano di un singolo evento traumatico. Parlano piuttosto di una fatica costante nello stare nelle relazioni, nel comunicare, nel muoversi con naturalezza nelle situazioni sociali più comuni.

DI seguito vedremo assieme:



La difficoltà dei giovani nelle relazioni e nella comunicazione

Il primo elemento che noto è una diffusa difficoltà relazionale. Conoscere nuove persone, iniziare una conversazione, sostenere uno scambio senza sentirsi inadeguati o sotto esame è fonte di forte ansia.

Molti descrivono:

  • paura di non sapere cosa dire

  • timore di risultare noiosi o fuori luogo

  • sensazione costante di essere osservati e giudicati

Non è semplice timidezza. È una tensione interna che porta a controllarsi continuamente, a misurare ogni parola, a irrigidirsi.


Ansia sociale e senso di oppressione

A questa difficoltà si accompagna spesso un senso di oppressione. Le situazioni sociali non sono vissute come occasioni, ma come prove da superare.

Uscire, partecipare a un contesto nuovo, esporsi anche minimamente richiede uno sforzo enorme. Per molti, la soluzione diventa evitare: meno situazioni, meno rischi, meno disagio.

Ma il prezzo è alto. Perché più si evita, meno ci si sente capaci.


Ansia da prestazione: “devo funzionare”

Un altro tema ricorrente è l’ansia da prestazione, non solo scolastica o lavorativa, ma relazionale.

Non si tratta solo di “fare bene”, ma di non deludere, non sbagliare, non esporsi al fallimento. Ogni interazione diventa una valutazione implicita del proprio valore.

Quando questa tensione si prolunga nel tempo, il disagio relazionale può slittare lentamente verso la depressione: meno entusiasmo, meno desiderio, meno fiducia nel futuro.


Una generazione con poca pratica relazionale

Un aspetto che emerge spesso è la scarsa pratica nel conoscere persone nuove dal vivo. Non perché manchi il desiderio, ma perché manca l’abitudine.

La comunicazione mediata (chat, messaggi, social) riduce il rischio immediato, ma non allena:

  • la gestione del silenzio

  • l’imprevisto

  • l’errore

  • lo sguardo dell’altro

Così, il contatto diretto diventa sempre più estraneo e faticoso.


Il ruolo del COVID: un fattore che può aver amplificato

Molti giovani raccontano di essere stati “bene” durante il periodo del COVID.È un dato che colpisce.

Dal punto di vista psicologico, questo ha senso: le restrizioni hanno reso normale ciò che prima sarebbe stato vissuto come una mancanza. Non uscire, non socializzare, non esporsi non era una scelta, ma una regola.

In termini cognitivo-comportamentali, si è creata una condizione in cui:

  • l’evitamento era giustificato

  • lo sforzo non era richiesto

  • il disagio era sospeso

Il problema è che, finita l’emergenza, molti non sono tornati davvero fuori. Non perché non volessero, ma perché nel frattempo la distanza dal mondo si era ampliata.

Il COVID non è la causa unica di queste difficoltà, ma per alcuni può averle rafforzate e stabilizzate.


Autostima fragile: un nodo centrale

Sotto molte di queste difficoltà c’è una autostima fragile. Non nel senso di “non valgo nulla”, ma di non sentirmi sufficientemente capace di stare nel mondo.

Quando manca fiducia in sé:

  • ogni errore pesa di più

  • ogni confronto diventa minaccioso

  • ogni passo avanti sembra rischioso

Questo porta a restringere progressivamente il proprio spazio di vita.


La parte importante: tutto questo è reversibile

Ed è qui che voglio essere chiara. Queste difficoltà non definiscono chi sei. E soprattutto non sono irreversibili.

Le competenze relazionali si possono riacquisire. La comunicazione si può allenare. L’autostima non è un tratto fisso, ma un processo.

Un lavoro psicologico efficace passa da:

  • recuperare la comunicazione autentica, non performativa

  • rafforzare il rapporto con sé stessi

  • riconoscere e modificare i pensieri limitanti (“non sono capace”, “non ce la faccio”, “gli altri sono meglio”)

  • ampliare gradualmente il proprio spazio di vita, senza forzature

Non si tratta di diventare qualcun altro, ma di tornare ad abitare un mondo più grande di quello in cui ci si è progressivamente rinchiusi.

E, per molti giovani, questo percorso non solo è possibile :è anche profondamente liberante.


Scritto da

dr.ssa Elizabeth Moore



La Manipolazione
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